Scenario: vogliamo installare Ubuntu via rete come macchina virtuale in VirtualBox utilizzando un server Windows che renda disponibile l’immagine di installazione della distribuzione. Il vantaggio di una soluzione del genere consiste nella possibilità di non dover avere alcun CD o immagine ISO disponibile in locale per installare Ubuntu, tutta la procedura di installazione della distribuzione avverrà via rete, contattando il server remoto che renderà disponibili i file necessari.

Per rendere possibile l’installazione via rete di Ubuntu dovremo trasformare un PC con Windows in un server PXE (Preboot Execution Environment).

Vediamo i passi necessari per allestire il server PXE su Windows.

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Ho sempre aggiornato installazioni di Ubuntu alle ultime versioni, lasciando come filesystem ext3. Solo su macchine virtuali ho sperimentato ext4 come filesystem di default per Karmic Koala e Lucid Lynx, non notando mai sostanziali miglioramenti per l’utilizzo che faccio di Ubuntu. Ma complice il passaggio di Google a ext4 per i propri cluster Linux, ho deciso di migrare da ext3 a ext4 senza formattare.

Per sperimentare la migrazione ho scelto l’installazione di Ubuntu 9.10 sul mio Samsung NC10, su cui ho impostato un layout di partizioni davvero “rozzo” cioè con un’unica partizione “/” formattata ext3 e una piccola partizione di swap. Ecco i passaggi che ho effettuato per migrare da ext3 a ext4 senza formattare:

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Per pura voglia di complicarmi un po’ la vita ho deciso di effettuare un aggiornamento a Lucid Lynx Alpha 2 sull’Eee Box B202. Ho effettuato l’upgrade partendo da una Ubuntu 9.10, che funzionava alla perfezione sul nettop di Asus, utilizzando il solito metodo:

sudo update-manager -d

e poi cliccando su “Esegui avanzamento di versione” dalla finestra di update-manager. Tutta la procedura è filata liscia, l’unico errore l’ho avuto nell’aggiornamento di network manager (non ricordo precisamente l’errore restituito) ma non ha compromesso la buona riuscita dell’operazione. Tutto mi sembra funzionare esattamente come con Ubuntu 9.10, con la differenza che ora “uname -a” da terminale restituisce:

Linux ubuntueeebox 2.6.32-10-generic #14-Ubuntu SMP Thu Jan 7 17:38:40 UTC 2010 i686 GNU/Linux

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Per molti non è una novità ma penso che non a tutti sia noto il comando tasksel in Ubuntu. Si tratta di un tool, creato dal team Debian e poi importato in Ubuntu, utilissimo per personalizzare la propria Ubuntu-box successivamente all’installazione, consentendo di aggiungere task (compiti o “ruoli”) attraverso gruppi di software.

Ipotizziamo di aver bisogno di trasformare la nostra Ubuntu in un web server, in un server DNS, in un server PostgreSQL o semplicemente di voler installare Kubuntu, Xubuntu o Ubuntu Netbook Remix. Con tasksel tutto questo è possibile con pochi clic.

Se proviamo a dare da root il comando in una console, invocheremo un’interfaccia grafica che ci consentirà di selezionare l’installazione di uno o più gruppi di software, semplicemente usando la barra spaziatrice per spuntare con un asterisco i “compiti” (task appunto) che dovrà svolgere la nostra Ubuntu. Se invece deselezioniamo un task già installato (sempre con la barra spaziatrice), verrà rimosso tutto il software associato a quel task.

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Solitamente si usano i loop device su Linux (Wikipedia offre una spiegazione esauriente) per montare delle immagini ISO e renderle accessibili nel filesystem ma non è l’unico utilizzo, per esempio può essere utile formattare dei file e montarli con l’opzione “-o loop” come se fossero dei device. Un possibile scenario potrebbe essere la creazione di due dispositivi in RAID, servendosi non di due device veri e propri ma solo di file.

I passi da compiere, in sintesi, sono i seguenti: creare due (o più) file con dd, usare losetup per consentire il mount senza l’opzione “-o loop” dei due file come se fossero dispositivi veri e propri da poter formattare, assemblare i due dispositivi in RAID utilizzando mdadm.

Vediamo passo passo come fare, la distribuzione cui faccio riferimento per questa miniguida è Ubuntu:

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Leggendo una discussione su Reddit ho scoperto uno strumento da riga di comando davvero molto comodo: dtrx. Sostanzialmente questo programma permette di estrarre qualsiasi tipo di archivio (tar/bzip2/7zip/deb/rpm/zip/rar etc.) senza dover ricordare complicati flag da linea di comando come nel caso di tar: “tar zxvf” o “tar xjvf” solo per citare alcune combinazioni.

Per estrarre un archivio zip con dtrx, solo per fare un esempio, basterà dare il comando:

dtrx archivio.zip

Per impostazione predefinita il contenuto del file zip verrà estratto in una directory chiamata “archivio”, cioè una cartella con il nome del file compresso, ma è anche possibile estrarre i file contenuti nella directory corrente:

dtrx -f archivio.zip

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Google Chrome provato su Ubuntu

sabato, 6 giugno, 2009

Dopo l’annuncio sul Chromium Blog della disponibilità di versioni per sviluppatori di Chrome per Linux, ho deciso di provare la build su Ubuntu. Per ora è abbastanza semplice installare Chrome su Ubuntu e Debian grazie alla presenza di un .deb, strano non ci siano versioni anche per le rpm based.

Basta scaricare il pacchetto .deb e dare da console “sudo dpkg -i google-chrome-unstable_current_i386.deb” per avere Chrome installato su Ubuntu (nel mio caso Ubuntu 9.04). Dando “dpkg -c google-chrome-unstable_current_i386.deb” invece possiamo sbirciare all’interno del pacchetto, avendo un’anteprima dei file che saranno installati. Tra questi, immancabile, il sistema di aggiornamento automatico che Chrome effettua servendosi di un script che viene inserito nella directory /etc/cron.daily, effettuando un check degli update disponibili giornalmente.

Per effettuare l’update, Chrome aggiunge un repository, non andando a modificare “/etc/apt/sources.list” direttamente, ma aggiungendo il file google-chrome.list in /etc/apt/sources.list.d. Il repository aggiunto è “deb http://dl.google.com/linux/deb/ stable main”.

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